Quattro punti sfumati tra episodi e interpretazioni: il Catanzaro paga decisioni arbitrali  che fanno discutere (VIDEO)

Due espulsioni discutibili, tre rigori tra concessi e negati: tra Monza e Avellino il Catanzaro paga il prezzo delle decisioni “interpretabili”

di Leonardo La Cava
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C’è un modo sottile, quasi elegante, di alterare una partita senza dare troppo nell’occhio. Non servono errori clamorosi, basta una sequenza di decisioni “interpretabili”. Due mezze espulsioni, due mezzi rigori. E alla fine il conto è pieno: quattro punti in meno per il Catanzaro. Non proprio spiccioli.

Il primo episodio porta la firma di Giovanni Ayroldi, scena: Catanzaro-Monza. Un rosso diretto ad Alesi che ha fatto alzare più di un sopracciglio — e quando succede in uno stadio intero, forse non è solo suggestione collettiva. Poi, come da copione perfetto per un finale amaro, al 94’ arriva il rigore per il Monza. Risultato: 1-1 e sensazione diffusa che qualcosa, più che girare storto, sia stato proprio spinto nella direzione sbagliata.
E qui il dato si fa ancora più significativo: se nella gara contro il Monza il pareggio è un risultato bugiardo, i brianzoli non hanno effettuato un tiro in porta in 94 minuti.

Secondo atto: Avellino-Catanzaro 1-1. Cambia il protagonista, non il copione. Arbitraggio affidato a Paride Tremolada, e anche qui si recita sul filo dell’interpretazione. L’espulsione di Brighenti appare, ancora una volta, generosa. Un eufemismo elegante per non dire altro. Poi il rigore per l’Avellino — parato da Pigliacelli, a salvare almeno il salvabile — ma il tema resta: decisioni che pesano, eccome se pesano.
Diverso, invece, il discorso sul risultato: nella gara contro l’Avellino il pareggio è quello che rispecchia l’andamento in campo.

Eppure, nel mosaico degli episodi, ce n’è uno che grida più degli altri. Un dettaglio che dettaglio non è. Nel cuore della gara del “Partenio”, su un tiro dalla distanza di Rispoli, il difensore Enrici si frappone tra il pallone e il portiere in modo scomposto, scoordinato, quasi improvvisato. Nella caduta, il braccio si allarga e il contatto con il pallone è evidente, vistoso, difficilmente spiegabile come naturale conseguenza del movimento, ed il pallone cambia direzione.

E qui entra in gioco il regolamento, quello vero, non quello “interpretato”. Secondo le linee guida IFAB, “è punibile il tocco di mano quando il braccio aumenta in modo innaturale il volume del corpo o quando non è giustificato dal movimento del giocatore. Ancora più chiaramente: un calciatore che si oppone a un tiro e, cadendo, utilizza il braccio per intercettare il pallone, compie un’infrazione se quella posizione non è conseguenza naturale dell’azione”.

Tradotto dal burocratese al calcio giocato: quello è calcio di rigore.

E invece no. arbitro, assistente e VAR sorvolano. Nessun richiamo, nessuna revisione, nessun dubbio apparente. Si gioca. Come se nulla fosse. Come se quel pallone non avesse incontrato un ostacolo che non era esattamente regolamentare.

Due partite, due direzioni arbitrali, stesso risultato: il Catanzaro esce con meno di quanto avrebbe meritato. E no, non è piangersi addosso. È prendere atto che nel calcio moderno, dove ogni episodio viene sezionato al millimetro, l’errore “a metà” finisce per valere doppio.

Viene inevitabile tornare alle parole di Luciano Spalletti, che qualche mese fa osservava come l’arbitro sia “l’unico non professionista nel sistema calcio”. Una frase che allora fece discutere, ma che oggi suona quasi come una fotografia. Perché se il livello delle squadre si alza, se i giocatori sono sempre più preparati, se gli allenatori studiano ogni dettaglio… allora anche chi dirige dovrebbe reggere lo stesso ritmo.

Il punto non è mettere alla gogna nessuno, né gridare al complotto — esercizio sterile e spesso ridicolo. Il punto è un altro: la sensazione che certe partite vengano decise da episodi troppo fragili per essere determinanti, ma abbastanza pesanti da spostare equilibri.

E così il Catanzaro si ritrova con una classifica un po’ più leggera e una pazienza un po’ più corta. Senza drammi, ma con una domanda legittima: quanto possono costare ancora queste “mezze decisioni”?

Perché alla fine, nel calcio come nella vita, le mezze misure raramente portano a risultati interi. E a Catanzaro, oggi, lo sanno fin troppo bene.

E allora il bilancio, alla fine, diventa quasi inevitabile. Due partite, una sequenza di episodi che fanno discutere e una classifica che, nel frattempo, si alleggerisce.
Due mezze espulsioni, due mezzi rigori 2+2 fa quattro come i punti persi dal Catanzaro!

Il resto lo completa l’interpretazione. O, se si preferisce, quella sottile zona grigia in cui le decisioni non sono mai completamente sbagliate, ma nemmeno davvero convincenti.

E senza voler mancare di rispetto a nessuno — perché il confine tra critica e attacco personale resta sempre netto — verrebbe quasi da chiudere il cerchio con un sorriso amaro: quando gli episodi sono a metà, anche la percezione complessiva rischia di esserlo.

Perché nel calcio, alla fine, non contano solo le decisioni. Conta soprattutto quanto risultano credibili. E in queste due giornate, il dubbio e gli errori arbitrali sono stati i veri protagonisti.

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1 commento

Francesco 12 Aprile 2026 12:49 - 12:49

Si rivedendo il tiro di Rispoli, quello è calcio di rigore, il calciatore dell’ Avellino prima ferma il pallone col braccio e poi cade a terra. Resta comunque l’incazzatura, perché una volta ragginta la salvezza così come negli anni scorsi, poi si gioca a cazzodicane come va va. Credo che la tifoseria debba pretendere maggiore rispetto.

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