“Non è mica da questi particolari…”: Pittarello al 94’ e il coraggio del rigore

Quel pallone al novantaquattresimo diventa qualcosa di più di un rigore. Diventa una storia di coraggio.

di Leonardo La Cava
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Il minuto è il novantaquattresimo. Il tempo sembra dilatarsi, lo stadio trattiene il respiro. Pochi istanti prima il dischetto era stato il luogo dell’amarezza: Simone Pontisso aveva avuto l’occasione dagli undici metri, ma il calcio di rigore si era trasformato in un rimpianto. Nel calcio succede in un attimo: una rincorsa, un tiro, e il peso di una partita che cambia direzione.

Ma il calcio, come la vita, concede sempre un’altra possibilità.

Ed è in quel momento sospeso che si fa avanti Filippo Pittarello.

Prende il pallone con la calma di chi sa che non c’è più spazio per i dubbi. Non è solo un gesto tecnico, è una scelta: prendersi la responsabilità quando tutto pesa di più, quando ogni sguardo è puntato su quel dischetto. Il cronometro segna il 94’, l’ultimo respiro della partita.

È il momento che nel calcio vale quanto una storia intera.

In fondo lo raccontava già anni fa Francesco De Gregori nella sua canzone più amata sul pallone, La leva calcistica della classe ’68: non è mica da questi particolari che si giudica un giocatore. Non da un errore, non da un singolo episodio. Il valore sta nel coraggio di tornare lì, davanti al pallone, quando tutto sembra più difficile.

Il rigore sbagliato di Pontisso resta una fotografia del calcio: fragile, umano, imprevedibile. Ma il gesto di Pittarello è la risposta più bella che questo sport sappia dare. Perché il calcio vive di responsabilità prese all’ultimo secondo, di palloni che pesano più degli altri, di giocatori che decidono di non nascondersi.

E allora quel pallone al novantaquattresimo diventa qualcosa di più di un rigore. Diventa una storia di coraggio.

Di quelle che ricordano a tutti perché il calcio riesce ancora a emozionare.

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