Il nuovo volto del calcio italiano: metà dei club tra Serie A e Serie B in mano a investitori stranieri o fondi

di Redazione uscatanzarocalcionews
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Il recente passaggio della proprietà dell’AC Monza dalla Fininvest della famiglia Berlusconi al fondo statunitense Beckett Layne Ventures rappresenta solo l’ultima conferma di una tendenza ormai consolidata nel panorama calcistico italiano: nella stagione 2025/2026 (come evidenziato da Luciano Mondellini su calciofinanza.com) – circa la metà delle 40 società iscritte tra Serie A e Serie B risulta controllata da investitori stranieri o fondi d’investimento. Una trasformazione che segna il passaggio sempre più marcato da un calcio identitario a un modello dichiaratamente orientato al business.

La Serie A: una maggioranza straniera

Con l’acquisizione dell’Hellas Verona da parte del fondo americano Presidio Investors – e in attesa di sviluppi sulla possibile cessione dell’Udinese, ancora saldamente in mano alla famiglia Pozzo – ben 11 club di Serie A su 20 risultano oggi controllati, in tutto o in parte, da capitali esteri. Si tratta di una maggioranza assoluta, così ripartita:

  • Atalanta (co-controllata da Bain Capital, con i Percassi al 38%)
  • Bologna (famiglia Saputo, Canada)
  • Como (gruppo Djarum, Indonesia)
  • Fiorentina (Rocco Commisso, USA)
  • Genoa (famiglia Sucu, Turchia)
  • Inter (Oaktree Capital Management, USA)
  • Milan (RedBird Capital, USA)
  • Parma (Kyle Krause, USA)
  • Pisa (Alex Knaster, USA – con Giuseppe Corrado al 25%)
  • Roma (Friedkin Group, USA)
  • Verona (Presidio Investors, USA)

La Juventus, pur formalmente detenuta da una società con sede nei Paesi Bassi (Exor), non viene considerata in questa categoria poiché il controllo effettivo risiede nella holding “Dicembre”, riconducibile ai fratelli Elkann e con sede a Torino.

La Serie B segue a ruota

Anche in Serie B la presenza estera è crescente: 8 club su 20 sono oggi sotto il controllo di soggetti stranieri o fondi:

  • Cesena
  • Monza
  • Juve Stabia (Brera Holdings Group)
  • Padova
  • Palermo (City Football Group)
  • Sampdoria
  • Spezia
  • Venezia

Molte di queste operazioni non sono frutto di una passione sportiva o di un radicamento territoriale, ma di strategie di investimento mirate, fondate su aspettative di rivalutazione del capitale.

Una dinamica che premia le realtà di fascia media

Un’analisi degli ultimi cinque anni evidenzia una forte concentrazione di operazioni societarie nella fascia medio-bassa della Serie A e tra i club cadetti, a differenza di quanto avvenuto nel decennio precedente (2010–2020), quando numerosi big club cambiarono proprietà.

Dal 2020 ad oggi, infatti, solo due club storicamente blasonati sono passati ufficialmente di mano:

  • AS Roma (da Pallotta al Friedkin Group, 2020)
  • AC Milan (da Elliott a RedBird, 2022)

Il passaggio dell’Inter a Oaktree nel 2024, causato dall’inadempienza contrattuale di Suning, non costituisce una cessione tradizionale, bensì un’operazione di escussione di un pegno finanziario.

In parallelo, si sono registrate ben 12 operazioni societarie che hanno coinvolto club di seconda fascia:

  • Parma (2020)
  • Pisa (2021)
  • Spezia (2021, 2025, 2025)
  • SPAL (2021)
  • Atalanta (2022)
  • Palermo (2022)
  • Sampdoria (2024)
  • Genoa (2024)
  • Verona (2025)
  • Monza (2025)

Valutazioni accessibili, aspettative realistiche

Il principale fattore che alimenta l’interesse degli investitori nei confronti dei club minori è senza dubbio la valutazione economica più contenuta. Mentre l’acquisto di una grande società sportiva può richiedere esborsi superiori al miliardo di euro, una realtà di Serie B può essere acquisita con un investimento compreso tra i 30 e i 70 milioni. Emblematico il caso del Monza, passato recentemente di mano per una cifra attorno ai 45 milioni di euro – meno della metà del proprio fatturato annuale 2024, a causa della retrocessione e della conseguente perdita di ricavi televisivi.

A ciò si aggiunge un secondo elemento strategico: per un investitore estero, è spesso più conveniente acquisire un club di Serie B con l’obiettivo della promozione, piuttosto che acquistare una società già in Serie A e affrontare il rischio di retrocessione, che rappresenterebbe una perdita economica e d’immagine rilevante. In questo senso, la struttura del sistema europeo, con promozioni e retrocessioni, favorisce l’ingresso in categorie inferiori a costo contenuto, con la possibilità di scalata sportiva.

Sfide e obiettivi dei fondi nei grandi club

Tuttavia, non è solo il prezzo d’acquisto a determinare la strategia degli investitori. La vera sfida consiste nel riuscire a generare plusvalenze e garantire un’uscita redditizia nell’arco di 5–7 anni. In questa logica, i fondi che operano nei club di medio livello possono adottare modelli agili, basati sulla valorizzazione dei giovani e sulla rivendita a prezzi maggiorati. I mercati esteri ad alta disponibilità economica – come la Premier League o l’Arabia Saudita – costituiscono sbocchi privilegiati per massimizzare queste operazioni.

Nei grandi club, però, l’approccio cambia: la pressione mediatica e storica impone l’obbligo di vincere, spesso in contrasto con la razionalità finanziaria. Le scelte tecniche non possono basarsi unicamente su ritorni economici: diventa essenziale trattenere i campioni, creare un’identità sportiva duratura e sostenere investimenti a lungo termine, pur senza garanzie di successo.

L’esempio di Milan e Inter è significativo:

Oaktree, che ha rilevato l’Inter a prezzo fortemente scontato, potrà strutturare un’uscita vantaggiosa anche senza successi sportivi eclatanti, puntando sul valore infrastrutturale (nuovo stadio) e sulla gestione sostenibile.

RedBird, al contrario, ha investito oltre un miliardo nell’acquisizione del Milan e dovrà quindi perseguire una strategia di crescita più ambiziosa, con ritorni proporzionali al capitale iniziale investito.

    Conclusione: verso un calcio sempre più finanziarizzato

    Il calcio italiano, storicamente legato a imprenditori locali e a una visione identitaria, sta evolvendo rapidamente in una direzione industriale e internazionale. Se da un lato questo cambiamento può garantire maggiore solidità economica, infrastrutture moderne e una gestione professionale, dall’altro rischia di allontanare sempre più il legame tra club e comunità, tra tifosi e proprietà.

    Il dato attuale – con quasi il 50% dei club professionistici italiani in mano a capitali stranieri – non è solo statistico, ma culturale. In un sistema in cui l’obiettivo primario di molti nuovi proprietari è la massimizzazione del rendimento finanziario, la sostenibilità sportiva e la fedeltà al territorio diventano valori da difendere con ancora maggiore consapevolezza.

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