Gazzetta dello Sport, Vocalelli: “A che servono i contratti pluriennali se poi non si rispettano? A pagare sono i club prigionieri degli allenatori”

di Redazione uscatanzarocalcionews
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Vi proponiamo un’analisi pubblicata sulle pagine della Gazzetta dello Sport, sul rapporto contrattuale tra allenatori e club, dove i primi se vogliono andarsene lo fanno senza rispetto, se invece è la società a voler cambiare pagina è prigioniera di un contratto. Un pò quello che avevamo osservato ieri (LEGGI QUI)

Alessandro Vocalelli sulla Gazzetta dello Sport

C’è addirittura chi, commentando il no del presidente Suwarso, se l’è presa con il Como: ma come si può impedire a Fabregas, a un giovane allenatore di guidare l’Inter, realizzando un sogno? Se è per questo, in precedenza c’era stata la stessa risposta alla Roma. Poi al Bayer Leverkusen e al Lipsia, che pensavano di trovare la porta spalancata. Invece niente. Così dopo Ranieri e Ghisolfi, dopo i dirigenti tedeschi, anche Marottae Ausilio hanno dovuto prendere atto e virare su Chivu. Che, parere strettamente personale, non ha chiaramente esperienza in panchina, ma una tale conoscenza del calcio – ricordate che cosa accadde con Capello al Milan? – da potersi assumere una grande responsabilità.

A patto che la società continui a tenere alto, rinforzandolo, il livello della rosa. Ma questo è un altro discorso e il nodo centrale resta invece la decisione del Como di far rispettare il contratto. Una novità, se ci pensate bene. Quasi un’originalità, che ha scatenato – paradossalmente – qualche critica. Già, perché nel mondo del calcio di oggi invece i contratti non contano praticamente più nulla. Inzaghi ha ancora un anno con l’Inter? Nessun problema, autonomamente e mettendo in difficoltà il suo club può scegliere di andarsene. Gasperini ha ancora un anno di contratto con l’Atalanta? Nessun problema. Un ringraziamento e via.

Se ci pensate, anche De Laurentiis è stato “costretto” a rimodulare il suo patto con Conte, promettendogli investimenti per 300 milioni. Altrimenti, malgrado gli altri due anni col Napoli, se ne sarebbe andato “tranquillamente” alla Juve. Un modo di fare generale – e questi sono solo tre esempi – che fa riflettere. Perché è vero che non è il caso di fare prigionieri – e non è produttivo tenere qualcuno controvoglia – ma allora a che servono questi contratti? Allora non sarebbe meglio istituire una bella abitudine?

Quale? Quella di firmare per una stagione. Vediamo come va e poi decidiamo insieme se rinnovare o no.  Anche perché, parliamoci chiaro, tutto questo serve più agli allenatori che alle società. Perché, come dicevamo, se uno vuole andarsene non ha problemi a ottenere il via libera. Ma se le cose non vanno bene, per responsabilità generali, nessuno è disponibile a fare sconti, costringendo a un doppio esborso gli stessi club. Chiamati ad assumere un sostituto, continuando a pagare i tecnici esonerati. Che restano a casa anche per un paio d’anni a tre o quattrocentomila euro al mese. In sintesi: se io voglio andare, mi devi accontentare. Se le cose non hanno funzionato e bisogna cambiare, io resto – giustamente – a libro paga. Tra l’altro, succede una cosa del genere anche con i calciatori. Si fanno contratti di quattro o cinque anni, che però vanno ridiscussi alla prima stagione eccellente. Se gioco bene, le cifre pattuite non bastano più: e non è un diritto delle società riconoscere un bel premio, ma un dovere quello di mettersi subito a tavolino, per non avere uno scontento nello spogliatoio e le prime avvisaglie di una rottura. È chiaro, però, che al contrario non ci si pensa nemmeno. In che senso? Nel senso che se magari firmo a cinque milioni di euro e rendo il 10 per 100 di quello che valgo – sia chiaro, non per infortunio – pretendo legittimamente fino all’ultimo euro. Naturalmente al netto, perché quello del calcio è l’unico mondo in cui non si parla mai di lordo. Quelli sono esclusivamente problemi dei club. Come sono a carico dei club le commissioni, le percentuali, per i procuratori. Insieme alla”buona entrata” in caso di acquisizioni a parametri zero. Un discorso che ci porterebbe lontano. Resta la riflessione di partenza: se ancora esiste o resiste un club – e parliamo del Como – che ha un progetto (questo sì un vero progetto) e intende portarlo avanti, non è il caso di stupirsi o addirittura di criticarlo se dice no. Potrebbe anzi essere lo spunto per chiedersi se tutto il resto è normale

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Francesco 10 Giugno 2025 11:20 - 11:20

La scoperta dell’acqua calda, bravo Vocalelli, ma la nostra Società doveva aver imparato dallo scorso anno. Caserta, già detto, non conosce la gratitudine, senza la chiamata del Catanzaro avrebbe allenato al più il Pizzighettone. Però bisognava essere pronti sin dal 31 maggio perché si era capito che il Mister non voleva restare. E Polito dorme e se non dorme è distratto, questo è quello che mi preoccupa, perché il bonus “vecchia guardia ” è terminato e non bisogna sbagliare. Emilio Longo (Crotone), (non sia mai il Longo ex Bari), o Aquilani potrebbero essere buone idee. No ai soliti riciclati della serie B

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