Accadde oggi: 19 Maggio 1966, Finale di Coppa Italia Catanzaro-Fiorentina, memorie di un viaggio

Attraverso il racconto del giudice Mimmo Paparo il viaggio in treno con la squadra nella finale del 1966

di Rita Tulelli
0 commenti

Ci sono sconfitte che, col passare degli anni, assumono il valore delle vittorie più grandi. Per il Catanzaro, quella finale di Coppa Italia contro la Fiorentina rappresenta ancora oggi una delle pagine più straordinarie della propria storia calcistica. Un’impresa che andò oltre il risultato finale e che consegnò alla Calabria intera un motivo di orgoglio destinato a rimanere scolpito nella memoria collettiva.

Era un calcio diverso, fatto di sacrifici, trasferte interminabili, rapporti umani autentici e di un legame quasi familiare tra squadra e città. Quel Catanzaro, pur militando in Serie B e senza aver ancora conosciuto la Serie A, riuscì ad arrivare fino all’ultimo atto della Coppa Italia, sfidando all’Olimpico di Roma una delle grandi del calcio italiano come la Fiorentina. Un traguardo che ancora oggi conserva un valore enorme, forse persino superiore col trascorrere del tempo.

A raccontare quelle emozioni è il giudice Mimmo Paparo, allora un ragazzino e figlio di Aldo Paparo, allora avvocato dell’U.S. Catanzaro. Un racconto che non è soltanto memoria personale, ma testimonianza viva di un’epoca irripetibile, capace di unire una città intera attorno ai colori giallorossi.

Per me era qualcosa di gigantesco”, ricorda il dottor Paparo con emozione. “Ero poco più che un ragazzino e partire con mio padre verso Roma significava entrare dentro un sogno. Ricordo perfettamente l’attesa del viaggio, le persone che parlavano della partita ovunque, l’orgoglio che si respirava tra i tifosi. Non sembrava soltanto una finale di calcio: era come se un’intera regione stesse andando all’Olimpico insieme alla squadra. Quel Catanzaro rappresentava la Calabria, rappresentava il desiderio di riscatto di una terra che spesso si sentiva lontana dai grandi palcoscenici del calcio italiano”.

L’arrivo nella capitale rimase impresso nella sua memoria come una fotografia indelebile.

Entrare all’Olimpico fu un’emozione difficilmente spiegabile. Per un bambino vedere quello stadio immenso, le tribune piene, i colori, l’atmosfera di una finale nazionale, era qualcosa che toglieva il fiato. Avevo davanti i miei idoli e percepivo chiaramente che stavo vivendo un momento storico. Ancora oggi, dopo tanti anni, se chiudo gli occhi riesco quasi a sentire quei rumori, quella tensione, quel senso di appartenenza che univa tutti i tifosi del Catanzaro presenti a Roma”.

Poi arrivò la partita. Una gara combattuta, intensa, vissuta sul filo delle emozioni fino all’ultimo respiro dei tempi supplementari.

La delusione finale fu enorme”, racconta Paparo. “Perdere su rigore, praticamente all’ultimo minuto dei supplementari, fu una vera beffa sportiva. C’era amarezza, naturalmente, ma insieme anche la consapevolezza di aver assistito a qualcosa di straordinario. Nessuno dimenticava che il Catanzaro era una squadra di Serie B arrivata a giocarsi una finale contro la Fiorentina. Quella sera, nonostante il dolore della sconfitta, si capiva che quei ragazzi avevano comunque scritto la storia”.

Ma il ricordo più intenso, forse, non è nemmeno legato alla partita. È il viaggio di ritorno. Un treno che riportava la squadra verso casa, carico di silenzi, orgoglio e malinconia.

Quel viaggio resta una delle immagini più forti della mia vita”, prosegue il giudice Paparo. “La squadra era raccolta, silenziosa, profondamente colpita dalla sconfitta. Non c’erano scene plateali, non c’erano proteste. C’era soltanto la dignità di uomini che avevano dato tutto e che sentivano di aver sfiorato qualcosa di immenso. Io giravo con la mia macchina fotografica da ragazzino e cercavo di catturare quei momenti senza capire fino in fondo quanto sarebbero diventati preziosi negli anni successivi”.

Proprio durante quel viaggio nacquero alcune fotografie oggi dal valore storico enorme. Immagini autentiche, spontanee, lontane dalle costruzioni mediatiche moderne. Scatti che raccontano i volti stanchi dei giocatori, la compostezza del presidente Ceravolo, la malinconia silenziosa di una squadra che aveva visto svanire un sogno a pochi minuti dalla gloria.

Ricordo anche la Coppa consegnata alla finalista perdente”, aggiunge Paparo. “Oggi sembra quasi incredibile, ma allora esisteva questo riconoscimento che aveva un significato profondo. Era il simbolo di un calcio diverso, più umano e forse anche più educativo. Si riconosceva il valore del percorso fatto, il sacrificio, la dignità sportiva. E quel Catanzaro meritava davvero di essere celebrato”.

Una volta tornati a casa, la famiglia Paparo rivisse ancora quelle emozioni davanti alla televisione.

Rivedemmo insieme la partita”, conclude il magistrato. “C’era amarezza, certo, ma anche tanto orgoglio. Mio padre parlava di quella squadra con grande rispetto umano prima ancora che sportivo. Col tempo ho capito che quei momenti rappresentavano qualcosa di molto più grande di una semplice finale persa. Erano il simbolo di una città che sognava unita, di una Calabria che riusciva finalmente a sentirsi protagonista”.

E forse è proprio questo il significato più autentico di quella storica finale. Quel treno che riportava il Catanzaro verso casa non trasportava soltanto una squadra appena uscita sconfitta dall’Olimpico. Portava con sé l’orgoglio di un popolo intero, la forza di una terra che attraverso il calcio aveva trovato la propria voce e il proprio riscatto.

Perché certe partite finiscono. Ma certi ricordi continuano a vivere per sempre e diventano Storia!

il Presidente Nicola Ceravolo e Mimmo Paparo
Marini
un giocatore del Catanzaro e il fotografo Carlostella
Mecozzi

Raise
Questo articolo ti è stato utile?
Si3No0

Articoli correlati

Lascia un commento